Canapa, la Toscana è pronta (e formata). Ma l’incertezza frena

C’è chi pensa ai biscotti che potrebbe fare, chi già ne conosce il potenziale. C’è chi si occupa di cereali da una vita e vorrebbe delle alternative; chi è interessato alla produzione tessile e chi, infine, ha già investito nel mercato delle infiorescenze ma ora si trova in una condizione di incertezza. Sono le 15 aziende agricole della Toscana che hanno frequentato il corso sulla coltivazione della Canapa promosso dal CAICT – Centro Assistenza Imprese Coldiretti Toscana, nell’ambito del progetto COLTIFORM.

Un percorso formativo di 20 ore completamente gratuito, condotto da Luciana G. Angelini, Professore Ordinario di Agronomia e Coltivazioni Erbacee presso l’Università di Pisa e Francesco Ciancaleoni, Ufficio Ambiente e Territorio Coldiretti Nazionale, sugli aspetti colturali e legali di una coltivazione antichissima eppure stigmatizzata.

Le aziende che hanno partecipato vengono da Santa Luce, Orciano Pisano, Castiglione di Garfagnana, Massa, Campiglia Marittima, Livorno, Volterra, Pomarance, Massarosa, Montecatini V.C., Rosignano, dal Mugello, Certaldo e Castelfiorentino: da quasi tutta la Toscana per riscoprire le potenzialità di una pianta dai mille usi, che incontra però non solo difficoltà legali ma anche di filiera.

La preoccupazione della filiera industriale della canapa, così come definita negli ambiti applicativi della legge n. 442 del 2016, oggi risiede in modo particolare sui contraccolpi che scaturiti dalla sentenza della Cassazione, che ha ribadito il divieto di commercializzazione di cannabis con effetto “drogante”, senza puntualizzarne ancora il quantum effettivo.

Il problema va ben oltre la corretta interpretazione giuridica del provvedimento (che pure lascia molte zone d’ombra su quali prodotti derivanti dalla canapa si possano commercializzare e quali no), visto che, a prescindere da questo, si sta assistendo da parte dei maggiori esponenti della grande distribuzione, ad una ondata di ritiri precauzionali dal commercio di prodotti a base di semi decorticati, farina, olio, paste, biscotteria dolce e salata e barrette energetiche, che ormai possono definirsi parte integrante della cultura gastronomica europea ed italiana e che da tempo affollano i banchi delle maggiori catene della distribuzione organizzata e dei negozi specializzati in prodotti bio. Prodotti che già da soli muovono 150 milioni di fatturato l’anno, con una parte rilevante che deriva proprio dalla commercializzazione dei prodotti provenienti dalla canapa e che però non avrebbero dovuto risentire degli effetti della sentenza della Cassazione.

Tutto ciò si sta trasformando in una ondata delegittimatrice di tutto il settore che coinvolge anche operatori come quelli del credito che, non avendo riferimenti certi sul piano giuridico, stanno annullando finanziamenti già in itinere oltre a chiedere il rientro dei fidi ai canapicoltori. Gli agricoltori oggi rischiano di vedersi pregiudicare in modo irreparabile gli investimenti che, come detto, interessano oltre 4000 ettari, anche sulla base di un crollo “su base prudenziale” della domanda. La stessa preoccupazione investe anche le imprese toscane che hanno intrapreso questa strada e ora chiedono risposte certe. A questo si aggiungono le difficoltà legate all’isolamento geografico e alla lontananza fisica dai punti di trasformazione dei prodotti, ovvero la mancanza di una filiera locale in grado di sostenere l’intero processo produttivo.

Il percorso formativo ha poi riguardato le tecniche agronomiche per la produzione di fibra e di granella, con riferimento al metodo di produzione integrato e biologico. La lezione conclusiva si è infine tenuta sul campo, in visita ad una coltivazione di Canapa a Santa Luce (Pi), un campo sperimentale di un progetto di ricerca sui prodotti per bioraffinerie.